La capacità sintetica di fermare senza orpelli entro i tratti di un volto e di un atteggiamento le emozioni sospese, i silenzi, la grinta rapinosa, la malizia, il candore e tutta l'infinita gamma dei sentimenti e delle naturali attitudini, ha avuto nei grandi ritrattisti felici interpreti per tutto il corso della storia dell'arte. E Pallastrelli è uno di essi. Ciò che lo distingue e più affascina nel suo lavoro è l'invenzione del linguaggio, quel metodo in salda presa con la realtà, che al di là dei singoli soggetti trattati, riesce anche a definire acutamente l'appartenenza a una precisa situazione storica.
   
La sua vicenda d'uomo e d'artista, che passa attraverso gli anni più cruciali e drammatici della storia contemporanea e sembra non ne venga scalfita, in realtà ne filtra le contraddizioni e i turbamenti entro un lavoro pieno di pulsioni e di fremiti che solo il magistero supremo di uno stile molto alto riesce a raffrenare.
Il suo procedimento di lavoro, infatti, una volta assicurati i tratti più evidenti del soggetto, tali da cogliere immediatamente la somiglianza e i contrassegni del ruolo del personaggio - un'acconciatura, un guanto, la foggia dell'abbigliamento - investiva quelle forme con un rapido intrico di segni, nel piacere evidente del sommovimento della materia.
Fa addirittura pensare che avrebbe voluto lasciare qualcosa di non-finito nei suoi quadri, perché fossero più vivi e mobili, partecipi del continuo variare degli stati d'animo di chi li osserva e del mutare della luce.
   
Le figure di Pallastrelli, uomini o animali che siano, per quanto fermate in un atteggiamento statico, sempre presuppongono un gesto appena compiuto o un moto interno, tali da impregnare di vibrazioni l'area circostante. In questo la sua linea sfugge agli obblighi del contorno e continuamente si apre, seguendo un percorso frammentato. Il colore ubbidisce al medesimo impulso. Non è mai il puro riempitivo di un tracciato, ma un ago sismico, rivelatore dei tremori, della forza e degli abbandoni del soggetto rappresentato.